La Chiesa antica di San Giorgio

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Le Origini

Fondata prima del Mille, nel Medioevo la chiesa era spesso indicata con il nome di “San Giorgio de pratis”, per i prati che la circondavano e che si estendevano fino al mare. Ad essa, in qualità di parrocchia, facevano capo molti villaggi della zona, oggi scomparsi.

San Giorgio, che identifica un antichissimo centro di vita religiosa sorto lungo la Via Julia Augusta, la strada romana che la lambiva (ancora oggi detta “Via Romana”), fu fondata probabilmente dai Benedettini. Rimase sempre un Priorato dipendente dall'abbazia che aveva sede sull'Isola Gallinaria, e i monaci vi risiedettero e la officiarono per secoli finché nel 1616, istituita la parrocchia del vicino centro di Campochiesa, divenne commenda per il nuovo parroco e progressivamente abbandonata (perciò non ha subito rifacimenti radicali, specie in epoca barocca). Trasformata in chiesa cimiteriale, fu danneggiata gravemente dal violento terremoto del 1887. Tutto il complesso è stato oggetto di restauri e di interventi conservativi a più riprese, iniziati fin dal 1901.

Architettura

La fase costruttiva più antica della chiesa è attestata solo dai resti di un'abside attualmente inglobata nel primo gradino del presbiterio ed è databile a prima del Mille (VIII-X secolo?).

La chiesa di San Giorgio è dunque probabilmente una delle più antiche di tutta la Piana di Albenga. L'intero edificio venne ricostruito, ampliandolo, in epoca romanica (presumibilmente nel secolo XII). In seguito venne restaurato ed ulteriormente ampliato, secondo un gusto gotico più aggiornato. Le varie fasi stilistiche e architettoniche della chiesa sono ben leggibili nelle murature della facciata.

L'esterno della Chiesa

La chiesa romanica primitiva era situata ad un livello di circa 50 cm. più in basso dell'attuale ed era costruita, come appare evidente guardando la facciata, con diverso materiale: la parte bassa in blocchi di pietra squadrata proveniente dalle vicine cave di Peagna e Cisano e la parte superiore in mattoni. Il limite della facciata originaria si individua seguendo le linee oblique della muratura in laterizio. Tre finestre a croce, simbolo della Trinità e del sacrificio di Cristo, si aprivano nella muratura romanica.

La porta, simbolo di Cristo, che ha definito se stesso “porta delle pecore” (i fedeli che attraverso Lui entrano nella salvezza), è originaria e non ha mai subito trasformazioni. Nel secolo XIV l'edificio è stato interessato da interventi di ampliamento e di innalzamento, ancora una volta ben individuabili sulla facciata (corrispondono alla porzione di muratura in pietra al di sopra dei mattoni).

Sulla facciata venne aperta una trifora che richiama simbolicamente le tre Persone Divine (le tre luci) e le due nature di Cristo, l'umana e la divina (le due colonnine in marmo). Successivamente murata, questa bella finestra è stata riscoperta e restaurata ai primi del Novecento.

Nel fianco sud-est, verso l'attuale parrocchiale, si ricavarono tre finestrelle, (un ulteriore richiamo alla Trinità) e le absidi furono realizzate in forma rettangolare, aperte da monofore in laterizio che nel secolo XV vennero tamponate per ricavare maggiore superficie da affrescare all'interno. Il campanile, in pietre squadrate, venne ricostruito sulla base di quello romanico e inglobato nella navata destra.

Nel 1887, un violento terremoto che interessò la Liguria di Ponente, provocò la distruzione della navata destra. Un anno dopo crollò anche il campanile. Negli anni 1734-36, il Comune di Albenga finanziò la ricostruzione e, per rifarsi in parte delle ingenti spese sostenute, vendette a privati i loculi ricavati nella navata destra, tuttora occupata da sepolture. Il campanile venne reintegrato utilizzando il materiale originario e seguendone la fedele riproduzione in un acquerello, realizzato da un contadino che abitava una cascina di fronte alla chiesa, nel lasso di tempo intercorso fra il lesionamento del 1887 ed il crollo completo avvenuto nell'anno successivo.

Gli affreschi all'interno

La chiesa di San Giorgio conserva all'interno un prezioso ciclo di affreschi che copre un arco di tempo compreso fra il XIII e il XVI secolo e che testimonia le fasi di sviluppo e di decadenza dell'edificio e dell'intera area che gravitava intorno. In antico la chiesa era interamente rivestita di intonaco dipinto a colori vivaci e la ricca decorazione suggeriva un senso di magnificenza che ben si addice alla casa di Dio: se nel Medioevo le case dei signori feudali sono rivestite di pitture e di tessuti preziosi, a maggior ragione deve esserlo la casa del Signore dei signori.

La bellezza, poi, eleva lo spirito ed è sempre un riverbero del Vero. Le pitture sulle pareti, inoltre, assumono nell'intenzione della Chiesa una funzione didattica: educare e confermare nella fede cristiana i fedeli che le contemplano. Il Giudizio finale, le figure dei Santi o le scene della storia della salvezza e della vita della Vergine Maria, sono altrettanti richiami alle realtà della fede perché questa sia vissuta nella vita di ogni giorno.

Navata centrale - Presbiterio

presbiterio

È la parte più santa della chiesa e dunque la più riccamente ornata. Le pareti laterali e la volta conservano gli affreschi risalenti all'epoca di maggior splendore di San Giorgio, ossia il Trecento, mentre il Giudizio finale sulla parete di fondo risale al Quattrocento. Le pitture trecentesche sviluppano il tema della storia della salvezza.

Sulla parete in alto a sinistra, la nascita di Gesù a Betlemme e l'annuncio ai pastori; in primo piano il bagno di Gesù. La vasca in cui Egli viene immerso ha la forma di un calice, a ricordare la sua presenza nel vino consacrato sull'altare che sta proprio sotto.

Sulla parete in alto a destra, Cristo in maestà e San Giovanni Battista che intercede per l'umanità (sul cartiglio che tiene in mano, la scritta: “ecco l'Agnello di Dio, ecco colui che toglie il peccato del mondo, abbi pietà di noi”).

A destra e a sinistra, le teoria dei dodici Apostoli tra cui si riconoscono San Pietro con le chiavi in mano (il primo da sinistra), San Giovanni Evangelista (il terzo, con il libro aperto su cui è la frase iniziale del suo Prologo), San Bartolomeo (il quinto, con un coltello in mano, strumento del suo martirio), San Tommaso (il primo, sotto la finestra, con il dito teso a ricordare la sua verifica delle piaghe del Risorto), San Matteo Evangelista (il terzo, con il libro aperto su cui è scritta la frase iniziale del Padre Nostro),

San Giacomo Maggiore (il quinto, con il cappello e il bastone da pellegrino, la divisa dei suoi devoti che nel Medioevo si recavano al suo santuario di Compostela).

Gli Apostoli stanno tutti intorno a Cristo (rappresentato dall'altare) perché su di loro è fondata la Chiesa, ed essi hanno annunciato e testimoniato fino alla morte il suo Vangelo.

Essi ci ricordano anche che la chiesa è una compagnia di uomini che camminano insieme e alla quale Cristo stesso ci ha affidato.

Sulla volta, i simboli dei quattro Evangelisti e, sulla chiave di volta (la pietra tonda al centro dell'incrocio dei costoloni), la figura dell'Agnello mistico, simbolo di Cristo, chiave di volta della nostra vita. Sulla parete di fondo, nel Quattrocento, venne tamponata la grande finestra che si apriva per avere una maggiore superficie da affrescare e si realizzerò l'affresco del GIUDIZIO FINALE, l'opera pittorica più notevole dell'intero ciclo. Vi compare alla sommità, il Cristo giudice seduto in trono e racchiuso entro una mandorla (simbolo di gloria) che mostra le piaghe della Passione ed è accompagnato da angeli che ne sorreggono le insegne. Alza la destra in segno di favore verso quelli alla sua destra, i beati, e abbassa la sinistra verso quelli alla sua sinistra, i dannati. Intorno a Lui, seduti su panche di pietra, i Dodici Apostoli. Sotto il Cristo sta l'Arcangelo San Michele che regge la bilancia per la pesatura delle anime. Davanti a lui, un altare con una candida tovaglia con l'Agnello mistico sacrificato, simbolo di Cristo sacrificato per la nostra salvezza. Sotto, il re Salomone, che dopo Cristo è il giudice più giusto della storia, emergente dal sepolcro.

Alla destra di Cristo, in atteggiamento di preghiera, i beati e, alla sua sinistra, spinti da angeli armati, i dannati che precipitano nelle fauci di un orrendo mostro, personificazione dell'inferno.

dante e virgilioAl di sotto, entro anfratti rocciosi, le punizioni dei sette vizi capitali, indicati ognuno da una scritta: superbia, avarizia, lussuria, ira, gola, invidia, accidia. Al centro, sotto il re Salomone, la scena che ha reso famoso questo affresco anche al di fuori della zona: l'incontro con Dante, accompagnato da Virgilio, con il Conte Ugolino che sta rosicchiando il cranio dell'Arcivescovo Ruggieri (l'episodio descritto da Dante nella Divina Commedia, nel canto XXXIII dell'Inferno). Ancora al di sotto, entro buche infuocate, i falsi testimoni. A sinistra, emergenti dai sepolcri, i corpi dei risuscitati. Al limite inferiore dell'affresco, una scritta indica il nome del committente e l'anno di esecuzione, ma non il nome dell'artista: nell'anno del Signore 1446, il giorno 13 Dicembre, io, frate Antonio Caresia, priore di San Giorgio, ho fatto realizzare quest'opera.

La rappresentazione del Giudizio finale ci ricorda con realismo e chiarezza che tutti andremo incontro a Cristo per essere giudicati personalmente sull'amore e che da quel giudizio deriverà per noi una sorte eterna, di gioia o di dolore. Al tramonto, il sole, simbolo potente di Cristo, sole di giustizia, penetrando nella navata attraverso la trifora della facciata, illumina con una luce calda l'abside ed il Giudizio Finale a sottolineare ancora una volta il ritorno definitivo del Signore, al tramonto della storia. La scena grandiosa ci invita alla conversione e ci trasmette un messaggio di speranza: attraverso la confessione dei nostri peccati, Cristo ci perdona e ci salva. Al di sotto della scena corre un finto tendaggio rosso soppannato di pelliccia sotto il quale, sull'intonaco del Trecento, se ne scorge un altro, interamente costituito da scudi di finta pelliccia. I tessuti preziosi e le pellicce sulle pareti delle stanze erano nel Medioevo appannaggio delle case dei ricchi e dunque è plausibile ritrovarne la riproduzione sulle pareri del locale più santo dell'intero edificio.

Navata

In alto a destra, tra l'arco del presbiterio e la prima finestrella, quello che rimane di un più antico Giudizio finale (secolo XIV). Si riconoscono Cristo, gli Apostoli e la Vergine Maria. Più sotto , un piccolo resto di intonaco dipinto con una figurina nuda che emerge da un sarcofago: è la resurrezione dei corpi.

Sotto la prima arcata, verso il presbiterio, la figura di Santa Maria Maddalena (secolo XIV), ritratta con un vasetto in mano, allusione al contenitore per gli aromi con cui si era recata al sepolcro per ungere il corpo di Gesù ma anche il vasetto di olio profumato che la peccatrice del Vangelo, che la tradizione ha identificato con lei, aveva versato ai piedi di Gesù.

Sui pilastri che separano la navata centrale da quelle laterali, si conservano resti affreschi del secolo XV raffiguranti Santi, probabilmente ex voto fatti dipingere da qualche devoto per grazia ricevuta o richiesta di intercessione. Le molte figure di santi presenti nella chiesa di San Giorgio, dicono la familiarità degli uomini del Medioevo con questi amici di Dio e nostri, ai quali si chiedeva aiuto e protezione.

Sul primo pilastro a sinistra, verso il presbiterio, Santa Caterina d'Alessandria, con la corona sul capo e la palma del martirio in mano. Sul primo pilastro a destra, verso l'ingresso, San Bernardino da Siena, riconoscibile per le tre mitre vescovili deposte ai suoi piedi (la sua triplice rinuncia alla nomina episcopale di Siena, Ferrara e Urbino) e la scritta “Padre, ho fatto conoscere il tuo nome”, allusione alla sua grande devozione al nome di Gesù. Il Santo predicò anche ad Albenga nel 1418 e nel 1431.

Accanto alla porta di ingresso, l'immagine di San Cristoforo (secolo XIV), un uomo di statura gigantesca che regge il Bambino Gesù sulle spalle. Secondo la tradizione, infatti, egli avrebbe meritato di traghettarlo al di là di un fiume senza riconoscerlo. Divenuto sempre più pesante e interrogato da Cristoforo sulla sua identità, il Bambino si sarebbe rivelato come il salvatore del mondo. San Cristoforo era invocato contro la morte improvvisa e per la sicurezza nei viaggi; per questo era usanza comune nel Medioevo rappresentarlo sulle facciate delle chiese o vicino alle porte perché chi ne scorgeva l'immagine, invocandolo potesse essere sicuro di giungere a destinazione sano e salvo.

Navata destra

Ospita, nell'abside, significativi affreschi tra cui tre figure di Santi, proprio sopra la mensa dell'altare, una delle più antiche testimonianze pittoriche della chiesa (secolo XIII). L'intera parete di fondo è occupata da un finto dossale da altare contenente le Storie di San Biagio (secolo XIV). L'opera, di autore anonimo, riflette modi di pittori di scuola toscana del Trecento e presenta al centro il Santo Martire Biagio, vescovo di Sebaste, in abiti vescovili, con le insegne del suo grado e i libri dei Vangeli. Con la destra benedice e ci si presenta come modello da imitare e intercessore presso Dio nelle nostre necessità. Il dipinto ospita, nei vari riquadri in cui è articolato, scene della sua vita (da leggersi dall'alto al basso e da sinistra verso destra):

1 . San Biagio celebra la Messa in una grotta come eremita;
2 . San Biagio salva miracolosamente un bambino dal soffocamento?
3. San Biagio costringe un lupo a restituire l'unico maiale ad una vedova che lo supplica;
4. La vedova, riconoscente, offre a San Biagio la testa del maiale;
5. San Biagio è straziato con uncini di ferro;
6. San Biagio, spinto in un lago perché vi affoghi, lo pietrifica con un segno di croce;
7. San Biagio viene decapitato;
8. San Biagio viene sepolto e la sua anima è portata in Paradiso dagli angeli.

Navata sinistra

Sulla parete, la più antica testimonianza pittorica di San Giorgio: tre figure di Santi Apostoli e un San Cristoforo (riconoscibile per l'alta statura e per i pesci che nuotano intorno ai suoi piedi), ormai solo parzialmente leggibili (secolo XIII).

Poco sopra, un affresco quattrocentesco raffigurante i Santi Fabiano Papa, Sebastiano e Rocco. Questa pittura, da una iscrizione che le completava, oggi scomparsa, ma di cui abbiamo documentata testimonianza, risulta essere stata commissionata dal Priore di San Giorgio insieme agli abitanti del villaggio di Campora nell'anno 1476, ai tempi dell'epidemia, certamente come ex voto per lo scampato contagio (i Santi Sebastiano e Rocco sono appunto invocati contro le epidemie e le pestilenze). Poco oltre, un affresco del secolo XV raffigurante Santa Maria Maddalena portata in cielo dagli angeli.

Abside

Accoglie un antico altare dedicato alla Madonna. Sulla Parete di fondo, sovrammesse ad altre più antiche, le ultime testimonianze pittoriche della chiesa, databili alla metà del Cinquecento. Queste, di autore anonimo, con la loro mediocre qualità testimoniano la condizione di decadenza della chiesa e del territorio che gravitava intorno ad essa in quel periodo.

Nella lunetta in alto, l'Assunzione di Maria, anticipazione della nostra resurrezione alla fine dei tempi. Si distinguono i Discepoli che trovano la tomba vuota e Tommaso che, incredulo, riceve da Maria la sua cintura, come segno tangibile della sua assunzione al cielo in corpo e anima.

Sotto, entro un trittico dipinto sulla parete, la Vergine in trono con il Bambino Gesù. Questi è rappresentato completamente nudo a significare la spoliazione della sua divinità per assumere la nostra condizione umana; con il dito sulla bocca invita al silenzio e all'ascolto della sua parola, mentre nella mano stringe un uccellino, simbolo dell'anima, per ricordarci che le nostre anime sono nelle sue mani. Angeli musicanti (con strumenti dell'epoca in cui è stato eseguito l'affresco) esprimono, ai lati e ai piedi del trono, la loro esultanza.

Nello scomparto di sinistra, un Santo militare non identificabile, forse Arcadio, o Maurizio, o lo stesso Giorgio.
Nello scomparto di destra, il martire Santo Stefano, con il ciottolo del suo martirio deposto sul capo.
L'affresco, anonimo, è databile alla prima metà del Cinquecento. Da alcuni viene avvicinato ai modi di Pietro Guido da Ranzo, un pittore proveniente dall'entroterra di Albenga, attivo fino al 1542.

Testo di Carlo Lanteri, fotografie di Carlo Lanteri e Luciano Rosso